ITI - Integral transpersonal Institute

Leggi il racconto. (Scrittura Creativa Transpersonale Integrale: tra Favola e Mito.)

Introduzione agli scritti degli allievi ITI Writing

Questa prima edizione del corso ITI Writing volge al termine. E’ stato un viaggio dove ogni tappa era tracciata da mappe che abbiamo abitato creativamente e dove ogni incontro ispirava quello successivo nel rispetto di una struttura definita a-priori ma flessibile e aperta ad introdurre elementi imprevisti. 

La scrittura è un dialogo tra una struttura ed un contenuto. Una struttura compositiva che richiede grazia, rigore, passione, bellezza, fluidità, creatività, rispetto di una legge. Il contenuto è il processo interiore di un’anima che va ad abitare quella struttura come fosse un tempio pronto ad ospitare una cerimonia sacra. 

Per comprendere pienamente il significato dell’esperienza transpersonale dobbiamo entrare nel regno del senza tempo, del luogo oltre il luogo, nella famosa dimensione del “c’era una volta, tanto tempo fa in un luogo lontano…” oppure del mito, dove i protagonisti erano le forze cosmiche dell’universo in persona, appunto. In altre parole, nella dimensione della cultura “orale” che incarnava un dialogo partecipativo a vari livelli di complessità tra uomo e universo, micro-cosmo e macro-cosmo. 

La favola e il mito rappresentano, a mio avviso, il piano letterale della scrittura transpersonale. Una via di accesso per individuare le tappe fondamentali dell’evoluzione della coscienza o meglio, per parafrasare Erich Neumann, la storia delle origini della coscienza.

Raccontare storie appartiene ad una lunga tradizione antica e nessuno come gli antichi conosce l’anima nelle sue innumerevoli espressioni. Le storie rappresentano uno spazio ludico transizionale: una copertina di linus a livello intellettuale. Sono un ponte tra logos e daimon: voce della ragione e voce dell’anima, realtà e immaginazione. Ci portano insegnamenti che arrivano dal regno delle immagini antiche dell’inconscio collettivo e ci parlano con un linguaggio metaforico dei misteri della psiche.

MI capitò tempo fa di cambiare il finale della storia di Cappuccetto Rosso durante un lavoro di counseling. L’ispirazione che mi arrivò in quel momento trasformò completamente l’esito di quella esperienza e inaugurò, in parte, la visione di questo progetto di percorso. Da qui mi venne l’idea di proporla come pratica metodologica ai partecipanti al corso di scrittura. 

Il primo lavoro che presentiamo è di Andrea Gentili che ha scelto di rivisitare la nota favola “La bella addormentata nel bosco” di Charles Perrault, alla luce delle tappe evolutive del viaggio dell’Eroe/eroina.

Ad Andrea va la mia più sincera commozione e gratitudine per l’impegno, la partecipazione appassionata e propositiva durante il corso.

Buona lettura

Simona Vigo (Filosofa e Counselor Trainer Transpersonale, Coordinatrice Responsabile della UNIT ITI WRITING)

La bella non addormentata nel bosco – rivisitazione de “La bella addormentata nel bosco” di Andrea Gentili.

Senza aver prestato alcun particolare interesse verso la favola della bella Aurora o Rosaspina, mi sono ritrovato però recentemente volenteroso di sviscerare questo famigerato racconto di trionfo dell’amore idilliaco e inelluttabile. Vi sono diverse versioni: Walt Disney ne ha elaborato una che, rispetto all’originale raccolta da Charles Perrault, condisce con elementi di lotta antagonistica tra il principe e la strega cattiva, e con una sottile trama romantica che dona quantomeno un senso all’amore sbocciato tra il principe e la principessa.

L’originale è fondamentalmente una linea piatta a livello emotivo, l’avverarsi di una maledizione e profezia senza coinvolgimento dei personaggi alcuno. Una fatina stizzita per non essere stata invitata alle celebrazioni del battesimo della principessa, maledice quest’ultima profetizzando che  si pungerà con un fuso a sedici anni e morirà. Fortunamente una fatina graziosa, ma più debole della “malvagia” allevia la maledizione proclamando che sì, Rosaspina si pungerà, ma cadrà in un sonno lungo cent’anni al termine del quale sarà svegliata dal bacio del vero amore. Così accadrà, il bel principe la bacia, dopo una dormita di un secolo dalla quale ella si sveglia e si sposano. Viva l’amore.

Fermi un attimo: accetto la cattiveria di una fata vecchia e risentita, accetto il blando aiuto apportato dalla fatina buona, ma quantomeno il re e la regina avrebbero potuto mettere la principessa al corrente del maleficio senza ch’ella se ne andasse bellamente a pungersi con il primo fuso trovato, non assoggettato al bando dal re padre. Almeno un briciolo di libero arbitrio glielo si poteva riconoscere alla povera Aurora. E poi, passano cent’anni e il primo bel fusto che passa, venuto a sapere della leggendaria bellezza della bella addormetata nel bosco, si decide di andarla a trovare e l’indomani del risveglio dal “pisolino”, convolano a nozze. Mi sta bene il colpo di fulmine, la predestinazione, l’archetipico matrimonio divino, ma questi due che cosa conoscono di loro stessi e dell’altro? Dov’è la passione, il trasporto e la sofferenza, il gioco degli opposti? Le cadute, i tranelli, gli inganni, la meraviglia, l’abisso, la scoperta vicendevole di Anima e Animus e il trionfo dell’amore su tutto ciò? Vediamo allora di riscrivere un pochino di cose.

„C’erano una volta un re ed una regina che desideravano tanto avere un erede e che finalmente ebbero una bambina, a cui diedero il nome di Aurora.

Organizzarono una grande festa e invitarono tutti i sovrani delle terre confinanti e tutte le fate dei regni, eccetto la Fata della Montagna, così anziana che nessuno si ricordava più della sua presenza.

Le fate iniziarono a dare i doni magici ad Aurora: la bellezza, la grazia, la gentilezza, l’intelligenza, la simpatia, l’abilità a fare tutto. Era quasi il turno della settima, che avrebbe dovuto pronunciarsi sull’amore, quando arrivò la Fata della Montagna.

Era offesa per essere stata dimenticata e così disse “Non mi avete invitato, ma voglio anch’io fare un dono alla principessa: sarà la più bella principessa fino all’età di sedici anni, quando si pungerà con un fuso e morirà”. Detto questo, la fata sparì in una nuvola nera.

I genitori erano disperati, ma la settima fata disse: “Non posso annullare il suo incantesimo ma posso aggiungere il mio: se si pungerà cadrà in un sonno di cento anni, da cui sarà svegliata dal bacio del vero amore”.

(https://www.filastrocche.it/contenuti/la-bella-addormentata-nel-bosco-2/)

Fino a qui è tutto come da originale. Ma poi avvenne che il re fece distruggere tutti i fusi del regno a parte uno. Decise infatti di conservarlo in una teca di vetro resistente come l’acciaio per permettere alla figlia di crescere conoscendo il suo profetizzato nemico a giusta distanza.

Ella però crebbe con non poco senso d’angoscia, non sapeva veramente l’origine di una tale minaccia che incombeva sulla sua vita. Per calmare e far sentire sicura, protetta e nutrita la sua bambina, il re fece costruire una casetta di legno nel bosco di fronte al castello, dove la portava a giocare e dormire nelle giornate in cui la presenza del fuso nella teca del castello era insostenibile per lei.

Una sera, la settimana prima del suo sedicesimo compleanno, Aurora era sola nella casetta e cercava in ogni modo di scacciare la terribile angoscia che mai aveva sentito così forte.

Mentre stava per cadere in un sonno ristoratore, una piccola nube tempestosa apparve a due palmi dal suo viso, lasciando presto spazio alla figura di una fatina blu, che disse alla incredula principessa: “Aurora cara, quale tristezza mi coglie vederti così affranta! Una volta, come tua settima fata madrina, ti aiutai con la mia magia, ma ora più nulla è in mio potere, per mantenerti desta dal sonno che sta per prenderti con sè”. La principessa non ebbe il tempo di chiederle spiegazioni che, apertasi la porta della casetta, la fatina sparì e il re suo padre entrò.

Alle insistenti richieste di verità da parte della figlia, il re le raccontò dell’incantesimo lanciato dalla Fata della Montagna e del controincantesimo della settima fata madrina. Aurora si incupì, ma tutto in lei stava muovendosi verso l’acquisizione di un senso. In cuor suo sapeva che doveva rimediare a quanto era successo.

Ella così decise di prepararsi al viaggio per affrontare la Fata della Montagna. La notte lasciò al posto del suo corpo nel suo letto dei lenzuoli arrotolati, in modo da coprirsi la fuga.

Volle passare alla casetta nel bosco che tanto l’aveva protetta per salutarla quando sentì un rumore provenire da dentro. Senza indugiare aprì la porta e vi scoprì un giovane ragazzo di ineguagliabile bellezza, vestito di stracci e con un bastone da passeggio.

Egli le raccontò che era fuggito dalla corte della Fata della Montagna, della quale era schiavo e da cui aveva sentito parlare della profezia, per cercare la principessa Aurora e salvarla prima dell’avverarsi della maledizione.

Ella non fidandosi dal rivelarsi completamente gli disse che lei stava proprio per partire alla volta della Montagna per rimediare alla maledizione e che era la più fidata compagna di corte della principessa.

Il ragazzo, non potendo resistere alla bellezza di Aurora, nonostante sapesse il pericolo a cui stavano andando incontro, propose di accompagnarla ed ella accettò. Egli conosceva la strada per il castello della Montagna, l’aveva già percorsa ma non sapeva che il ritorno sarebbe stato diverso.

Si misero in cammino addentrandosi nel bosco. Presto il sentiero scomparve e si ritrovarono a calpestare un suolo che diventava sempre più fangoso. Il ragazzo stava per sprofondare, ma Aurora che era più leggera riuscì a sostenerlo e trarlo in salvo. Mangiarono ciò che la principessa aveva portato con sè dalle cucine del suo castello.

Continuando a camminare, provati dalla notte senza sonno e dalla sete arrivarono ad un laghetto splendente. Il giovane immerse a capofitto la testa nell’acqua per rinfrescarsi e bere ma venne subito colto da un malore e cadde svenuto sotto gli occhi spaventati di Aurora.

Apparve allora un piccolo troll da un piccolo stagno putrido nascosto tra i cespugli e rammaricato chiese alla principessa di immergere le sue mani e raccogliere l’acqua dal punto in cui era emerso, e di berla e farla bere al ragazzo se le stava a cuore la sua vita.

Vinta la prima riluttanza, Aurora eseguì le indicazioni con fiducia e il suo compagno di viaggio si svegliò e si abbracciarono. Condivisero il pane che il giovane aveva trafugato prima di fuggire e costruirono un rifiugo coi rami secchi per passare la notte.

Ripresero presto il viaggio e si ritrovarono spiazzati trovandosi il cammino sbarrato da un torrente di lava.

Aurora stava per cadere preda della disperazione, quando il giovane si ricordò che il bastone che aveva con sè era il regalo che gli fece suo padre prima di morire dicendogli che avrebbe reso sicuro e saldo il suo cammino.

Egli allora con il bastone toccò il fiume incandescente che si solidificò davanti ai suoi piedi, trasformandosi in un piccolo sentiero che i due attraversarono ricolmi di nuova speranza.

Proseguirono e raggiunsero una incantevole radura nel bosco solcata di prati verdi. Trovarono ogni cosa buona che potevano desiderare di mangiare. Si nutrirono cogliendo i frutti da alberi che ne erano colmi.

Quasi tutti i tronchi grondavano di un nettare simile al miele, di una dolcezza estasiante che sommerse i due giovani. Stesi l’uno affianco all’altra si addormentarono e sognarano.

La principessa venne sorpresa da voci che le dicevano di non fidarsi di quello schiavo senza nome che l’accompagnava mentre il giovane veniva turbato da altre che gli dicevano di avere dimenticato la principessa e che seguendo la sconosciuta sarebbe tornato nel luogo da cui era voluto fuggire.

Al loro risveglio i prati lussureggianti erano divenuti una distesa secca e battuta da venti sferzanti.

Si alzarono entrambi dai sogni colmi di inquietudine, si guardarono timidamente e sospettosamente, ma dovevano cercare riparo perchè i venti diventarono tempesta. Vortici e mulinelli di aria si abbatterono su di loro e mentre venivano trasportati in direzioni opposte si gridarono: “Non conosco il tuo nome!”.

Terminata la furia della tempesta, il giovane si ritrovò di fronte al sentiero che conduceva alla vetta della Montagna. Egli si sentiva perso. Era addolorato per non essere riuscito a trovare, così pensava, e salvare la principessa. Ed ora era persino separato da colei con cui si era sentito unito come non mai in vita sua.

Quello che gli rimaneva da fare era tornare, anche da solo, dalla Fata della Montagna e renderle conto di tutto il male che aveva originato. Così intraprese il sentiero che conduceva al castello.

Aurora si svegliò anch’ella di fronte a un sentiero, un altro sentiero che conduceva alla cima del castello dove l’avrebbe attesa la Fata della Montagna.

La principessa si sentiva persa dal distacco improvviso dal giovane viaggiatore che, nonostante non si conoscessero, era venuto per aiutarla e si era mostrato di grande cuore. Aurora non aveva conosciuto nulla di simile prima e sostenuta da tale forza, intraprese anch’ella la via che conduceva al castello.

Dopo un’estenuante salita, si ritrovarono l’una di fronte all’altro sulla sommità della montagna e di fronte al portone del castello. Non ebbero il tempo di corrersi incontro come avrebbero voluto che si trovarono trasportati magicamente nel salone del trono.

La fata subito disse: “Aurora sei qui, con quale stoltezza sei giunta a me, proprio oggi che troverai la morte come avevo predetto? E tu, Guglielmo, figlio ingrato, come osi mostrarti nuovamente e alleato di questa irrispettosa?”

All’udire ciò il ragazzo rimase meravigliato, non aveva realizzato di avere avuto sempre di fianco a sè la principessa Aurora. Ed ella non poté credere che proprio lui era figlio di chi l’aveva da sempre voluta morta.

Guglielmo, prima di fuggire dal castello, era riuscito a rubare un anello di protezione della strega sua madre e lo utilizzò per fare una barriera magica che protesse la principessa e lui dagli attacchi della fata furiosa.

Il giovane disse: “Mia principessa, è il momento”. Al ché Aurora proclamò: “Buonasera mia signora della Montagna. Sono qui giunta per chiederle perdono per la mancanza di rispetto dei miei genitori. Essi erano talmente contenti della mia nascita, che non pensarono di recarle offesa alcuna. Io sono qui ora per ringraziarla. La maledizione che mi ha lanciato è stato il dono più bello che io abbia ricevuto. Mi ha fatto partire per questo viaggio in cui ho conosciuto il vero amore”.

I due giovani si baciarono e la fata pianse e sorrise. Il giorno del sedicesimo compleanno della principessa l‘incantesimo venne spezzato dalla forza dei due avventurieri e amanti che una volta tornati al castello di Aurora si sposarano senza più dimenticarsi della Fata della Montagna.

Scarica e leggi anche “La Vera Storia di Cappuccetto Rosso” di Simona Vigo

Leggi anche il racconto “La dea che scioglie i nodi” di Stefania Giudici

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